Salve a tutti, a a pochi, chi se ne frega. Qui non devo render conto a nessuno, questo non è un articolo giornalistico, ma un semplicissimo post nel mio quasi dimenticato blog. Oggi dovrò risolvere un problema, un problema pratico, che sicuramente mi costerà fatica e sudore, ma ci sarà un amico a darmi una mano. Anzi, probabilmente farà lui tutto il lavoro, per cui gliene sono grato già da ora. Sono tempi difficili per tutti, ma per Rita e me sembrano ancora più difficili, estremi. Non ho più il negozio, il caro “Box 19″ da qualche anno. Ho fatto un po’ di tutto da quando anche quel “clipper” è andato a fondo, dal badante all’insegnante ( per ripetizioni ) di italiano e storia, ancora il badante, quindi l’ “educatore” per un ragazzo autistico che poi però, dopo avermi letteralmente picchiato ( ribadisco che non è assolutamente colpa sua, non si rendeva conto di quel che faceva ma era proprio fuori controllo ) è entrato in crisi, i genitori non lo mandano più a scuola, dove lo accompagnavo io e stavo con lui anche durante le lezioni, quindi anche quel lavoro – se così lo possiamo chiamare – è sfumato. Per fortuna mi stanno pagando per gli articoli che scrivo ormai quasi quotidianamente per un giornale on line siciliano, TeleGM24, ma anche su quel fronte non siamo stati troppo fortunati, in quanto al figlio della persona che mi ha “assunto”, un ragazzino disabile, è capitata una gravissima forma di infezione polmonare, per cui io ero – più che giustamente – l’ultimo dei suoi pensieri. Al momento pare che la situazione, sempre seria, si sia un pochino stabilizzata, ma devo anche aggiungere che invece, quella stessa persona ha fatto di tutto perché io ricevessi, nonostante ciò che stava passando, quanto pattuito. Così, per ben più di una volta, abbiamo mangiato da ciò che scrivo, scrivere c’ha dato da mangiare. A proposito, ho ripreso in mano anche ‘sto benedetto terzo romanzo, forse ce la faccio a portarlo avanti. I miei amici vanno avanti con le loro vite, ma devo dire che non si sono dimenticati di me in quanto sia l’ultimo lavoro col ragazzo autistico mi è stato “trovato” da uno di loro, sia in un ennesimo momento di difficoltà un’altra mi ha aiutato, come sempre. Gliene sono infinitamente grato, però ( ovviamente non ce l’ho con loro ) per Rita e me vorrei tanto un po’ di serenità, anzi, più di un po’, una serenità stabile che purtroppo proprio non vedo all’orizzonte. In questo posto e in questo periodo so che è davvero difficile per tutti, o per tanti, ma sono stanco di avere problemi, di respirare ansia, di non sapere come fare a tirare avanti, letteralmente. O ignaro lettore o ignara lettrice che sei capitata qui per sbaglio, non temere, non sono il prossimo nome nella lista di chi si ammazzerà presto, nonostante tutto la vita la amo, non la butterò via, è troppo bella comunque, per gettarla via con un insano gesto. Solo vorrei che mi fosse restituita – almeno – la speranza di cui mi alimentavo un tempo. Per ritrovare quella forza che so di avere dentro di me, l’ho sempre avuta, è solo che ora sembra proprio mi sia dimenticato … Dove l’ho messa! Questo è uno sfogo? Si lo è. Se volete leggere altre cose, più allegre, più edificanti, cercate un blog di gattini e/o simili e scusate il disturbo. 

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Salve a tutti, a chi mi legge spesso, a chi raramente, a chi chissà perché è inciampato in queste pagine. Se credessi nell’ astrologia potrei dire che, essendo del segno del capricorno, sono tenace, un eufemismo per “cocciuto”. Perché, nonostante le vicissitudini del quotidiano, con le quali non vi annoierò ( sono certo che ognuno ha i suoi problemi grandi e piccoli ), dopo diversi tentativi, tra i quali anche qui su questo blog, poi la pubblicazione a puntate su nuovasocieta.it, ora “Arecibo”, il libro, duecentocinquantasei pagine reali, concrete, sfogliabili, esiste. Mi piacerebbe foste in tanti a leggerlo, ci lavoro da anni, come un artigiano delle parole, come mi hanno insegnato. Ho ancora tantissimo da imparare, anzi, credo non si finisca mai di imparare da tutti e, se dovesse succedere, non mi offenderò se qualcuno mi dirà – o scriverà – “guarda Davide, c’hai provato, ma è meglio se fai altro … “ Il fatto è però che in questo romanzo, in questa storia, ci credo tanto. Perché è legato a “Saiselgi” da qualcosa di sinistro, a metà strada tra la magia e la tecnologia, che sfida il tempo e attraversa i secoli. Perché è allo stesso tempo un seguito ed un preludio e, nella mia mente malata, è la seconda parte di una trilogia alla quale continuo a lavorare. Come in tanti che scrivono con passione sanno, la storia, o meglio le tante che la compongono, è talmente forte che non era possibile non scriverla. Certo, potrebbe essere solo il mio parere, ma ho la sensazione di poter andare incontro al gradimento di più persone.
Il romanzo in pillole.
L’azione comincia all’epoca di Colombo, Cristoforo, non il tenente, comunque dichiaratamente citato più volte in seguito; con un salto temporale ci si sposta al 2005, sull’ isola di Puerto Rico e nei pressi del più grande radiotelescopio del mondo, situato proprio ad Arecibo, da cui il titolo del romanzo. L’anno è importante perché allora fu lanciato, nella realtà, un particolare satellite; inoltre sull’isola ci fu un’ondata di omicidi senza precedenti, tutti legati al narcotraffico, di cui l’isola è, suo malgrado, un crocevia. Su questi presupposti storici e documentati ho basato la mia storia, che in definitiva definirei in bilico tra il thriller e la fantascienza, con una strizzatina d’occhio alla più classica delle spy – story. Troppo? Non spetta a me dirlo …

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E’ passato parecchio tempo dall’ultima volta che ho scritto qui. Sta passando sempre più spesso tanto tempo da una volta all’altra, ma che volete, pare che la vita, quella vera, reale, abbia la precedenza, sempre. Così non esiste più il mio caro “box 19″ che per quasi sette anni mi ha consentito, anzi a me e Rita ha consentito, insieme al suo lavoro, di andare avanti e far fronte alla quotidianità; ora faccio il badante, già, proprio come le ucraine o altre donne dell’est, solo che io lavoro per un agenzia, come “prestatore d’opera occasionale”. Mi pagano, poco ma mi pagano; è duro, come lavoro, ma è un lavoro e c’è la certezza che ogni ora lavorata sarà retribuita; per la prima volta in vita mia ho una specie di stipendio, anche se è molto… Variabile, di mese in mese, ma per ora va bene così. Ci sarebbe tanto altro da scrivere, storie, tragedie e drammi terribilmente vere, dove l’amore spicca per la sua assenza e la solitudine della vecchiaia, in tutte le sue forme, la fa da padrona, ma ora non ho voglia, sono stanco. Ho buttato giù queste poche righe per istinto e per affetto verso questo caro, vecchio blog, sempre più soppiantato da Facebook, Twitter e simili. Chissà se qualcuno le leggerà… Non importa tanto, l’importante è che prima questo scritto non esisteva, ora sì. Alla prossima, eventuali lettori…

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Quattro passi in centro, ad Iglesias

“Stronzo” è la prima parola che mi saluta, scritta con lo spray sul muro di fronte casa, ogni mattina. Certo, all’inizio, i primi giorni, francamente mi urtava, poi ho imparato a sorriderle: non credo sia stata scritta per me, in quanto c’era già quando Rita ( la mia metà migliore ), Pablo ( il nostro cane ) ed io siamo venuti ad abitare qui. Con gli anni ho perfezionato il percorso – prima solo mentale – verso il lavoro e lentamente mi sono accorto di attraversare non solo lo spazio ma anche il tempo. Prendiamo la scritta di cui sopra, per esempio: sta sulla fiancata dell’ormai famoso ( o famigerato ? ) cine teatro Electra ( o Elettra a seconda di com’è riportata la scritta che campeggia sopra l’ingresso, in piazza Pichi ) probabilmente a seguito di una delle sue innumerevoli inaugurazioni, assolutamente “bipartisan” data l’altalenanza delle preferenze politiche degli iglesienti. Facendo memoria, sempre in questa piazza c’era una volta, proprio il caso di dirlo, la “Premiata Farmacia Murroni”, dove nei primi decenni del secolo scorso il sindaco Ruggero Pintus dava asilo, più o meno apertamente, ai socialisti perseguitati dai fascisti. Sempre in questa piazza c’erano anche le due tipografie storiche della città, così come, in tempi più recenti, ma anch’esso ormai trasferito da anni, il negozio di materiale elettrico di Sias. Per arrivare al mercato, dove lavoro, passo da via Giordano ( secondo alcuni storici locali dedicata, nonostante tutto, proprio all’eretico Giordano Bruno ), che pare davvero uno dei cuori ( secondo me Iglesias ne ha tanti ) pulsanti della città vecchia. Qui le case oscillano tra il vecchio e l’antico, ci sono ancora occhi anziani e furtivi che ti scrutano da dietro le persiane dei balconi mentre passi, oppure da quelli che a Napoli sarebbero chiamati “bassi”. Davvero sembra che in via Giordano il tempo si sia fermato, spesso ipnotizzandomi, nonostante il poco tempo ( maledetta modernità… ) a disposizione, con un fregio ornamentale o un semplice cornicione in bilico perenne. Altre figure, sempre le stesse, come dei fermi immagine, scrutano l’ultracinquantenne che sono diventato, mentre penso se non sia tutto un sogno fumoso, finché i pensieri e le preoccupazioni dell’oggi riacchiappano la mente, strappandomi a quella che, forse, è già storia e non più cronaca.

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Mezzi, strumenti, bum.

( editoriale personale sull’attentato alla maratona di Boston )

Che la pentola a pressione, se usata male, sia pericolosa è un dato assodato.
L’apparentemente innocuo utensile è, per sua stessa definizione, un piccolo
laboratorio di fisica applicata. La sua stessa definizione rimanda a concetti studiati a
scuola e qualsiasi rivenditore di ricambi per elettrodomestici che abbia un minimo
d’esperienza vi dirà che se nel coperchio della stessa ci sono, montate dalla fabbrica, una valvola d’esercizio e una di sicurezza ( sicurezza, ribadiamo il concetto… ) un motivo dev’esserci. Certo, per la frenesia con la quale viviamo nel nostro mondo occidentale, la pentola a pressione può essere paragonata al forno a microonde, in quanto a praticità e velocità per la cottura dei cibi, ma, come sempre, c’è un ma.
Ad aumento di temperatura corrisponde aumento di pressione, c’è scritto sui libri di fisica e, se abbiamo usato la pentola in questione almeno una volta in vita nostra, sappiamo di cosa stiamo parlando, fischi della valvola e vapore compresi.
Restando in ambito per così dire scolastico, passiamo alla geografia e parliamo di Boston. Questa è una città degli Stati Uniti d’America , capoluogo della contea di Suffolk e capitale dello stato del Massachusetts; è la più grande città della Nuova Inghilterra nonché il centro economico e culturale più importante. Qui si svolge l’omonima maratona, la più antica tra le maratone annuali che si svolgano al mondo;
la sua prima edizione fu disputata nel 1897. Iniziata come manifestazione di rilievo locale, ha poi attratto atleti provenienti prima da tutti gli Stati Uniti e poi da tutto il mondo; la gara parte da Hopkinton, nel Massachussets e si conclude a Boston, presso Copley Square, il terzo lunedì del mese di aprile, in occasione del Patriots’Day, festa riconosciuta anche nel Maine e che commemora l’inizio della Guerra d’Indipendenza Americana.
Purtroppo dalla fisica e dalla geografia dobbiamo precipitare nella cronaca, nell’attualità: come tutti ormai sappiamo, due ordigni sono esplosi in prossimità della linea del traguardo proprio nel pomeriggio di lunedì scorso, causando morti e feriti e diffondendo un terrore simile a quello provocato dall’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. Non si esclude nessuna pista, ma è di queste ultime ore la notizia che uno degli ordigni sarebbe stato messo proprio sotto la postazione del governatore del Massachussets, Deval Laurdine Patrick. La notizia attende conferme ufficiali, ma darebbe consistenza alla cosiddetta pista “interna”.
Lasciamo questo lavoro all’FBI e alle autorità competenti e torniamo ai nostri più modesti ragionamenti: dicevamo della pentola a pressione. Si da il caso che a Boston gli ordigni siano stati confezionati esattamente con due di questi arnesi da cucina.
Se al posto del minestrone ( perdonate la macabra ironia… ) ci si mettono chiodi e cuscinetti, poi si calcola esattamente quando il tutto esploderà, il risultato è quello orrendo e visibile in tutti i sanguinosi dettagli in rete o in qualsiasi telegiornale.
Certo, il “perché?” di un simile, deprecabilissimo gesto restano e resteranno in piedi chissà per quanto tempo, ma non c’è dubbio che sia un esempio, un frammento, un’istantanea del mondo folle in cui viviamo, in cui queste cose non solo sono possibili, ma quasi inevitabili. Com’è risultato imprevedibile che uno o più pazzi abbiano scelto delle pentole a pressione per i loro scopi.
Mezzi, strumenti, bum.

Davide De Vita

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Già, che tristezza. Non posso incolpare nessuno, nessuno ha colpe, le cose succedono e basta. Saranno anche i peli bianchi del pizzetto che mi son fatto crescere, però stasera, durante una riunione di capi scout, S. mi ha buttato in faccia la realtà. Non sono più affidabile, il peso dei ragazzi è gravato completamente, totalmente su di lei. Certo, ho avuto mille e un problema, mai così gravi, seri e che hanno rasentato la disperazione, ma che ne so dei suoi? Non posso darle torto, neanche un po’. Però è stato come ricevere un pugno nello stomaco, anche se ho apprezzato, come sempre, la sua lealtà, la sua schiettezza. E’ vero che non ce la faccio più a portare uno zaino, ma pensavo di poter essere ancora utile ai ragazzi; ora invece i dubbi sono aumentati a dismisura, mi sento uno straccio, una scarpa vecchia in attesa di essere buttata via, non servo più. Sapevo che prima o poi un momento simile sarebbe arrivato, anzi forse ha pure tardato ad arrivare, così stasera durante la riunione non ho quasi proferito parola. Forse devo veramente chiudere, riporre uniforme e fazzolettone nell’armadio… Forse. Perché R., come se tutto il resto non bastasse, ha detto chiaro e tondo che non farà più il capo gruppo. Poiché per farlo bisogna essere maschi e brevettati e con queste caratteristiche, oltre S.F. che però vive a Cagliari ci sono soltanto io, devo riflettere anche su questo. Può darsi che S. fosse particolarmente “avvelenata” stasera ma è comprensibilmente stanchissima; ho provato, qualche tempo fa, a spiegarle tutto ciò che mi è successo e che pareva non avere mai fine, però, evidentemente, non sono riuscito a farle capire la gravità della situazione. Questo non toglie che comunque TUTTI gli impegni, da mesi, se li è sobbarcati lei, perciò, ripeto, non solo non posso darle torto, ma mi dispiace tantissimo, soprattutto perché avrei voluto tanto aiutarla davvero e invece l’ho delusa e sono diventato un peso. Così, stanotte, l’immenso peso di una tristezza mai provata prima ce l’ho io.

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Ho scelto di proposito un’immagine sexy, non nascondo di voler attirare l’attenzione in questo modo meschino, però mi è subito piaciuta anche la foto in se, quindi eccola qui. E’ un’altra notte, in un primo tempo pensavo di scegliere come immagine il classico messaggio in bottiglia, poi mi son lasciato guidare dal testosterone. Anche ora è già domani, sarà un martedì che somiglierà ad un lunedì, si riprende dopo le festività di Pasqua che quest’anno, come sappiamo tutti, sono state davvero “di magra” per la maggioranza degli italiani. Non si vede proprio l’agognata “luce in fondo al tunnel”, perciò tutti si vive alla giornata, o almeno la maggior parte. Va beh, c’è sempre chi sta peggio, ma non è molto consolante. Oggi abbiamo avuto visite graditissime ma anche una brutta notizia di un brutto incidente occorso ad una persona a noi molto cara: grazie al cielo niente di grave o irrisolvibile, però sembra l’ennesimo grano di un nefasto rosario che vorremmo tanto si concludesse al più presto. Ci hanno proposto dei nastrini verdi “anti-sfiga” e li stiamo aspettando, crederci o meno, male non faranno. Domani, anzi, ormai tra poche ore, Rita riprenderà il treno poco prima dell’alba, io tornerò a combattere al box per qualche misero euro e la nostra vita si incanalerà nuovamente sui binari soliti che però, in queste ultime settimane di vera e propria malattia, ci sono anche mancati. Insomma, tiremm innanz. href=”http://qumranesseno.blog.tiscali.it/files/2013/04/getmedia.jpg”>

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Non ricordo più quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho scritto qui. Eoni, forse. Come le onde del mare, i frammenti delle ore, dei giorni, forse degli anni si sono succeduti gli uni agli altri. Dentro c’eravamo noi, Rita, io, altri che ora non sono più qui. Abbiamo combattuto battaglie inenarrabili, guardando in faccia la disperazione più nera, vivendo quelli che nella nostra memoria saranno per sempre “dies horribilis” ma siamo ancora in piedi, a leccarci le ferite, del corpo e dell’anima. Qualcuno c’ha teso una mano, altri si sono voltati dall’altra parte: non importa, non sta a noi giudicare. Pasqua è andata, domani, anzi, oggi ( è notte ) sarà Pasquetta ma non andremo da nessuna parte, siamo troppo stanchi. Ci sono nuovi progetti in ballo, chissà se andranno bene o saranno una delusione, ma… Ci proveremo. C’è un Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, non è mai successo in tanti secoli: se avesse almeno un quarto della santità del poverello di Assisi sarebbe bello. Anche stavolta scrivo a braccio, senza un filo logico, non lo voglio, non me ne importa nulla. Mi manca il mare, sono anni che non riesco ad andarci il primo dell’anno come facevo sempre e mi sto convincendo che il lunghissimo periodo nero che stiamo attraversando dipenda anche da quello. Però proprio non ci sono potuto andare, non è che non volessi. Stiamo invecchiando, limiti fisici e non solo si fanno sempre più evidenti, devo imparare a conviverci e non lamentarmi troppo, non ha senso. “C’è un tempo per ogni cosa…” Appunto. I ragazzi scout mi danno ancora gioia e gratificazione, ma per tanti motivi li sto vedendo davvero poco, speriamo di recuperare anche questa cosa bellissima che è il rapporto con loro. Il lavoro è una croce, preoccupazioni a non finire, vorrei un po’ di pace, solo un po’ di pace. Mi chiedo se qualcuno leggerà queste righe, proprio perché da tantissimo tempo non scrivo più qui; Facebook impera e mi tiene lontano da queste pagine che però mi hanno accompagnato per anni. Non so se sto meglio ora, sicuramente un po’ più leggero, è stato come rivedere e salutare un vecchio amico per dirgli “ehi, guarda, davvero, non mi sono dimenticato di te”. A rileggerci, un giorno.

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Okay, quasi mezzanotte, non siamo più in “fascia protetta”, ergo mi sfogo che questa roba ce l’ho dentro da ‘sto pomeriggio. Sono CERTO che, come dice un’altra canzone, “sarà capitato anche a voi… “. Location: Plag’e Mesu, oggi. Allora, non posso avercela contro i turisti, che due euro ( forse… ) per una gassosa in CINQUE magari li spendono anche, ma contro certi esemplari di codesta fauna, nello specifico femminile singolare. Allora, cara ( si fa per dire ) vicina di asciugamano ( l’ombrellone quando siamo arrivati non lo si poteva piazzare ) che hai SFRANCICATO LE GONADI ( è un francesismo, ma di facile interpretazione… ) a me e a mezza spiaggia con le tue parole a voce alta prima “live” e poi al telefono, sappilo che non sei stata gradita, affatto. Si capiva ch’eri settentrionale, che potrebbe anche non essere un difetto, ma non se sbandierato in quel modo, letteralmente, ai quattro venti. Si capiva che ti sopportavano a malapena anche le tue cosiddette amiche, che infatti non hanno spiccicato parola. Si VEDEVA che sei proprio passata e da tempo, tanto, tanto tempo nessuno t’ha dato una bella ( i bambini sono a letto, sì? ) RIPASSATA, ma non è un problema mio, figuriamoci della battigia e dell’arenile tutto. Sola come l’ultima oliva nel piatto vuoto delle tartine a fine festa, hai cercato rimedio chiamando al cellulare, per raccontare loro il tuo NULLA, “la” Mary, “la” Tere, “la” Francy, la Nina, la Pinta e la Santa Maria, senza poi farle nemmeno parlare ma parlando sempre e soltanto TU, urlando al mondo che sì, solo tu capisci, solo tu sai cosa gli altri provano e non c’era bisogno di spiegare nulla. Te la spiego io, una verità sacrosanta, cara ( sempre per modo di dire ) la mia finta “ancora giovane” incartapecorita: hai rotto i coglioni. Fatti spiegare il significato recondito di questa sottile metafora dai mariti delle tue pseudo-amiche che, pur di non stare in tua compagnia, se ne sono andati in un bar a vedere la Juve e magari sono pure interisti… La prossima volta, accetta il mio consiglio, vattene in Grecia, che qualche pescatore greco infoiato e mezzo cieco magari lo trovi….
Aaaaaaahhhhhh! Scusate lo sfogo ma sto infinitamente meglio, e che cazzo!:-)

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